Quote rosa sì o no? Parliamone!

quote rosa

Per Virginia Raggi, sindaca di Roma, si tratta di una legge nata per combattere la discriminazione femminile, ma che diventa ancor più discriminatoria, offende le donne e le confina. Sta parlando delle quote rosa, argomento attualissimo e di notevole rilievo nella vita lavorativa italiana e del mondo.

Oggi mi piacerebbe conoscere il vostro parere su una questione che può infastidire o trovare consensi, ma non può essere ignorata.

Ma andiamo con ordine. Che cosa sono le quote rosa, e quando sono state introdotte nel nostro paese? Per quote rosa si intende la presenza femminile nelle istituzioni, che in Italia è obbligatoria e regolata dalla legge:

– in seguito alla legge 120/2011 (detta legge Golfo-Mosca dai nomi delle prime firmatarie) nelle società quotate in Borsa e nelle società a controllo pubblico il “genere meno rappresentato” deve ottenere un quinto degli amministratori eletti per il primo mandato, e un terzo per i restanti due mandati.

– la legge Delrio del 2014 prevede che nei Comuni sopra i 3mila abitanti “nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento”, e la legge sull’equilibrio della rappresentanza di genere nei Consigli regionali (approvata dalla Camera nel febbraio 2016) prevede un tetto del 60% dei candidati dello stesso sesso e l’espressione della doppia preferenza tra una lista di candidati e una di candidate dello stesso partito.

Cosa ne pensano le donne di potere?

Vi ho già accennato la posizione di Raggi. Ma anche la collega pentastellata Chiara Appendino ha utilizzato parole simili durante l’incontro “Women, Web Can” avvenuto a Torino il 28 settembre. Per lei, le quote rosa sono uno strumento e non l’obiettivo: il modello ideale a cui tendere è un mondo senza di esse.

Una famosa sostenitrice delle quote rosa è invece la celebre avvocata Giulia Bongiorno, che ha dichiarato di non amarle, ma di considerarle una medicina amara e necessaria per permettere alle donne di accedere ai ruoli di potere. Al comando servono più donne di valore, quindi… non solo quote rosa, ma fucsia!

In tutti questi discorsi c’è un fattore comune, il presente. I dati sul numero di donne ai vertici, pur essendo notevolmente migliorati (migliorati grazie all’introduzione delle quote rosa, o grazie al graduale cambiamento di mentalità? Anche questo è un bel dilemma), non sono ancora ideali. Le quote rosa paiono essere uno strumento di passaggio in attesa di un futuro più equo.

E voi, cosa ne pensate? Sono un’ulteriore discriminazione, o una necessità storica?

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