Il femminile nella lingua italiana: un percorso lungo trent’anni

femminile nella lingua italiana

Trent’anni fa nella Repubblica Italiana avvenne un cambiamento epocale: la linguista italiana Alma Sabatini lavorò ad uno studio sul sessismo nel linguaggio per conto della Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Vennero così stilate le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, al fine di dare “visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”. L’anno successivo (1987) Sabatini pubblicò anche il volume Il sessismo nella lingua italiana.

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Le parole che scegliamo di utilizzare in ogni momento non solo riflettono la nostra visione del mondo ma lo modificano continuamente. Le donne oggi sono sempre più presenti nel mondo del lavoro, e devono essere rappresentate anche dal linguaggio. Sono passati parecchi anni dal testo di Sabatini, ma il tema continua ad essere dibattuto.

Appena lo scorso anno, la presidente della camera dei deputati Laura Boldrini ha scritto una lettera a tutti i parlamentari per invitarli a rispettare la parità di genere linguistica quando si parla di colleghe donne: esistono infatti in italiano il termine “ministra” e “deputata”, e utilizzare il genere maschile per riferirsi a cariche ricoperte da donne è un errore.

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Se alcuni termini declinati al femminile risultano strani o cacofonici, ciò è dovuto alla mancanza di tradizione e all’ingresso recente delle donne in molte cariche. Nessuno infatti si è mai sentito di contestare l’uso della parola “maestra”, lavoro storicamente svolto dal sesso femminile. Stessa cosa vale per “infermiera” o “segretaria”. Il femminile suona male solo quando si usa per “architetta”, “ingegnera” o “sindaca”.

Non si tratta di storpiare la nostra bellissima lingua, ma di utilizzarla al pieno delle sue potenzialità. Ci sarà sempre qualcuno che dirà che ci sono cose più importanti a cui pensare, come se la necessità di affermare la propria esistenza nel mondo non fosse da sempre una delle più grandi caratteristiche degli esseri umani.

Se avete dubbi su quali nomi di mestieri possano essere volti al femminile, vi consiglio di leggere questo breve articolo del Corriere della Sera.

Se invece volete approfondire l’argomento in modo più dettagliato, vi consiglio il libro “Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole”, a cura di Maria Serena Sapegno, edito da Carocci.

 

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Ps: “pediatra” è un nome di genere comune, ovvero identico al femminile e al maschile, per cui si distingue il suo genere solo dall’eventuale presenza di un articolo o di un aggettivo. Quella del medico di Giulianova non è una giusta rivendicazione, ma un banalissimo errore di grammatica!  😉

A presto!

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